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Nove prof su dieci non fanno la ricevuta... Il mercato nero delle lezioni private - Articolo sul CORRIERE DELLA SERA

Argomenti trattati: Stampa Snals, lezioni private,
Tempo fa lo Snals Confsal aveva proposto di estendere alla scuola il sistema dell'intramoenia, oggi utilizzato dai medici che lavorano in ospedale. Le ripetizioni verrebbero date dagli insegnanti direttamente a scuola...

dal CORRIERE DELLA SERA del 08-02-2014

Scuola Nove prof su dieci non fanno la ricevuta, fallito il sistema dei buoni lavoro
Il mercato nero delle lezioni private

di Lorenzo SALVIA

Professore uguale evasore. O quasi.  Sono 9 su io infatti gli insegnanti che danno lezioni private senza ricevuta. Il dato è dell’istituto di ricerca Eures, che colloca i docenti al primo posto tra le categorie che operano in nero. Di fare i conti all’industria delle ripetizioni si incaricano invece i consumatori del Codacons: fatturerebbe 80 milioni di euro. Il meccanismo dei voucher prepagati che i genitori dovrebbero fornire ai professori è praticamente ignorato.

 

LE LEZIONI PRIVATE CHE SFUGGONO AL FISCO
NOVE PROF SU DIECI NON FANNO LA RICEVUTA

Sono tra le categorie che evadono di più. Il fallimento del sistema dei voucher

ROMA - D’accordo, siamo il Paese dall’evasione fiscale. Al primo posto in Europa in tutte le sue varianti, da quella in grande stile nei paradisi off shore a quella di piccolo cabotaggio con lo scontrino che non c’è. Eppure. Qualche mese fa l’istituto di ricerca Eures si è preso la briga di confrontare la percentuale di evasione tra le diverse categorie di lavoratori. Ed è venuto fuori che in cima alla classifica ci sono proprio loro, i professori: nove volte su dieci le ripetizioni che danno agli studenti sono senza ricevuta. Amanti del nero persino più degli idraulici. Un dato senza dubbio non «scientifico», perché tutto ciò che è sommerso sfugge per forza di cose ad ogni misurazione. Come «non scientifici» sono gli 850 milioni di euro che l’industria delle ripetizioni fatturerebbe ogni anno, secondo l’associazione dei consumatori Codacons. Lo stesso giro d’affari che ha nel nostro Paese il settore dell’olio d’oliva, tanto per farsi un’idea.

Un’esagerazione? Forse, ma il problema esiste e finora nessuno è riuscito a risolverlo.

In teoria ci sarebbe il meccanismo dei voucher, i buoni lavoro prepagati che dal 2012 possono essere utilizzati per saldare (regolarmente) i cosiddetti lavoretti. Quasi nessuno lo sa ma anche le ripetizioni rientrano in questa categoria. Sono i datori di lavoro, cioè i genitori, che li devono comprare nelle sedi Inps o nelle tabaccherie per poi girarli agli insegnanti. Nei dieci euro di un buono sono compresi i contributi a carico dell’Inps e dell’Inaíl, cioè pensione e assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Ma non le tasse, che in questo caso non vanno pagate. Anche perché per l’utilizzo dei buoni c’è un tetto di 5 mila euro l’anno per singolo lavoratore. In ogni caso, nella scuola nessuno li usa.

In teoria ci sarebbe un’altra strada. Nel 2007, quando si tornò ai vecchi esami di riparazione, l’allora ministro Giuseppe Fioroni aveva previsto che fossero le stesse scuole ad organizzare, gratuitamente, i corsi per quei ragazzi che avevano bisogno di recuperare debiti formativi. Ma la realtà è molto diversa dalle intenzioni e quei corsi sono una rarità. Restiamo fedeli al fai date, con i singoli insegnanti che al pomeriggio danno ripetizioni nel tinello di casa. C’è chi si fa pagare poco, chi troppo. Chi aiuta davvero gli studenti a recuperare il terreno perduto, chi pensa più che altro ad arrotondare lo stipendio. Ma - tolta qualche rarissima eccezione - l’intero settore fa parte integrante della nostra gloriosa economia sommersa. Possibile che non si riesca a trovare una soluzione?

Tempo fa uno dei sindacati degli insegnanti, lo Snals Confsal, aveva proposto di estendere alla scuola il sistema dell’intramoenia, oggi utilizzato dai medici che lavorano in ospedale. Le ripetizioni verrebbero date dagli insegnanti direttamente a scuola, naturalmente non agli studenti della propria classe ma incrociando le sezioni fra loro. Il prezzo diventerebbe controllato. E la somma andrebbe divisa fra i professori che decidono volontariamente di aderire, e che dovrebbero aggiungerla nella loro dichiarazione dei redditi, e la scuola che avrebbe più costi dovendo allungare l’orario di apertura. I soldi che il fisco otterrebbe in più potrebbero essere trasformati in detrazioni per la famiglie, che potrebbero scaricare le ripetizioni dalle tasse. Ipotesi tutta da costruire, quest’ultima, visto che proprio gli sconti fiscali (i rimborsi che arrivano a luglio per le spese mediche e il  mutuo, per capirsi) potrebbero essere tagliati per il solito problemino di far quadrare i conti pubblici e tenere buoni i controllori di Bruxelles. L’idea resta, però. E qualche piccola sperimentazione c’è anche stata.

Naturalmente anche questo modello si accompagna a qualche rischio. L’intramoenia ha i suoi problemi negli ospedali, dove la sovrapposizione fra pubblico e privato ha portato qualche zona grigia. Probabilmente ne avrebbe anche nelle scuole. Ma non sarebbe meglio che restare fermi davanti al buco nero di adesso?

 

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